Di seguito il testo integrale dell’intervista a Giovanni D’Arcangelo, segretario generale della CGIL di Taranto, apparsa oggi in versione ridotta sulle pagine di cronaca del Quotidiano.
La vicenda ex ILVA ormai sembra un’eterna irrisolta, lei come segretario generale della CGIL di Taranto che idea si è fatto?
L’acciaieria è la misura della città. Sempre divisa e dilaniata. Solo bianco o nero, senza nessuno spazio per ragionamenti più complessi. Conosciamo tutti e fin troppo bene ciò che ci ha ferito a morte in questi anni: tra lavoro precario e salute. Le posizioni in campo sono tutte legittime ma a me, e a quelli come me, tocca fare il lavoro del sindacato perché rispondiamo al mandato dei lavoratori sul tema del lavoro, della sicurezza e della salute e ritengo miope una visione che semplifica tutto ad un mero “chiudiamo o continuiamo”. Per la CGIL di Taranto il tema è quello di coniugare questi benedetti diritti costituzionali, lavoro e salute; pertanto, è necessario lavorare insieme per raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione. Riportando, se possibile, la questione proprio qui dove quella dicotomia la subiamo sulla nostra pelle.
Taranto, appunto. Una questione così delicata che ha portato addirittura alle dimissioni del sindaco Bitetti. Come le ha giudicate?
Prima di tutto è un bene che le abbia ritirate e non mi avventuro nelle interpretazioni delle ragioni vere o presunte dietro quel gesto. Il sindaco, il presidente della provincia e il presidente della Regione Puglia oggi sono i nostri rappresentanti istituzionali chiamati a fare sintesi. Oggi c’è da affrontare una questione seria e spinosa e tutti, compresi partiti e movimenti di maggioranza e opposizione, dovremmo fare quella sintesi con chi rappresenta Taranto nei tavoli istituzionali. Non è una questione di tessere di partito o sindacato o associazionismo. Siamo di questo territorio, viviamo qui, lavoriamo qui e respiriamo qui e questo basta. Ma la democrazia è rappresentatività delle istanze e, soprattutto, non è prevaricazione. La CGIL tutta rappresenta i lavoratori e in quel processo decisionale porta alle istituzioni quelle ragioni. I nostri “nemici” non stanno a palazzo di città, così come non lo sono mai stati i nostri concittadini che difendono il diritto a vivere dignitosamente. Sottolineo, però, che per anni si è addirittura cercato di far passare come “nemici” proprio quegli operai.
Passiamo al tema dei temi: decarbonizzare, forni elettrici, DRI e nave gasiera.
Eccolo dov’è oggi il nostro antagonista. A livello nazionale questo Governo ha mostrato ancora una volta il suo volto cinico fintamente democratico, una condizione da “bevi o affoga”. Perché prima impone un’AIA con tanto di carbone e poi pre-confeziona un Piano A e un piano B, mentre noi crediamo che sia necessario lavorare su una soluzione che sia in grado di salvare la prospettiva industriale dei forni elettrici con un approvvigionamento di preridotto solo per quei forni. Perché il governo continua a non aprire ad una discussione con le organizzazioni sindacali e gli enti locali utile a trovare una soluzione condivisa? Perché si gira dall’altra parte quando si rivendicano interventi massivi e tempestivi su decarbonizzazione, ma anche sanità, prevenzione e formazione? C’è anche da dire che il territorio deve fare la sua parte. Invochiamo altri strumenti e altre risorse per il territorio? Va bene tutto, ma quando partirà un percorso organico per la spesa delle risorse degli 800 mln di euro del JTF più il CIS? Oltre a rivendicare un territorio deve essere capace di programmare e concretizzare quello che ha già.
Salvare l’industria a scapito della salute? Occupazione o salute ancora una volta?
Qui nessuno disconosce il problema. L’immorale scelta è quella di costringerci a scegliere come se fosse il gioco della torre. Ma il rischio reale è che ci lascino con entrambi i problemi addosso. È l’unica via è stare a quel tavolo con proposte concrete che traguardino lo spegnimento graduale degli AFO verso le nuove tecnologie dei nuovi impianti. Quei lavoratori e quelle lavoratrici dentro la fabbrica sono le nostre prime sentinelle. Se noi sappiamo se l’amianto è stato smantellato o meno, o se si sta procedendo alle bonifiche interne è solo grazie a loro e alle loro denunce. Ecco perché la questione occupazionale oggi è strettamente connessa alla tutela dell’ambiente e della salute. Perché, come dice il rapporto Sentieri, il tempo di latenza di alcune malattie correlate è lungo e probabilmente pagheremo ancora per le 10milioni tonnellate di acciaio prodotte qui 10 o 20 anni fa. E allora serve un’organizzazione sanitaria che garantisca screening gratuiti e certi per prevenire l’insorgenza di malattie così come rivendicato dai sindacati metalmeccanici nella loro piattaforma. Serve essere uniti, concreti e pragmatici. Il populismo che butta la palla in avanti fa più danni della grandine.
Non crede, quindi, nel reimpiego degli operai nelle bonifiche?
Vuole davvero che le elenchi le storie di desertificazione industriale e macelleria sociale e ambientale che ci riguardano? In Italia solo il 6% delle aree è stata bonificata, e qui c’è l’ex Sural, l’ex Sanac, l’ex oleificio Costa, l’ex Marcegaglia e l’ex Cementir. All’epoca l’ex cementificio lo definimmo “la piccola ILVA”. Il camino del forno Cementir è stato spento nel gennaio 2014. Da allora solo cassa integrazione e nessuna bonifica. Nessuna soluzione malgrado gli operai da formare e reimpiegare. Insieme alla nostra FILLEA abbiamo anche alcune proposte di reindustrializzazione come il polo dell’idrogeno che pure adesso ci avrebbe fatto comodo. Propongo a tutti di costruire una rivendicazione sulle bonifiche di quelle aree di ex industrie. Facciamolo lì un test che possa unire la comunità per davvero.